Il degrado dei sigilli di cera: approcci metodologici ed etica di restauro

Luca Becchetti, Il degrado dei sigilli di cera: approcci metodologici ed etica di restauro, in Marques d’authenticité et sigillographie. Mélangés publiés en hommage à René Laurent, Archives Générales du Royaume, Bruxelles 2006, pp. 28-36 [Archives et Bibliothèques de Belgique, 79]
 
 
“In quorum omnium et singulorum fidem et testimonium…presens publicum instrumentum…publicari mandavimus sigillique nostri iussimus et fecimus appensione communiri.” Con questa formula di corroborazione Ardicino della Porta, vescovo di Aleria, il 23 settembre 1483 conclude la sua lettera inviata a coloro che avevano indebitamente preso possesso dei beni della chiesa di S. Lucia in Silice.[1]
L’annuncio del sigillo, così sinteticamente e solennemente espresso, definisce la precaria condizione di un oggetto, costituito di materiali morfologicamente fragili, la cui esistenza è letteralmente appesa ad un filo.
Confrontarsi con le problematiche relative al restauro dei sigilli spesso vuol dire intraprendere un cammino irto di difficoltà.[2] Il superamento di tali ostacoli, se si vuole arrivare ad ottenere risultati eccellenti nella disciplina, non è sempre agevole.
In primo luogo, soprattutto nella realtà italiana, non è mai stato chiarito se il sigillo abbia una sua peculiare dignità, tale da meritare l’attenzione di uno specialista. La simbiosi linguistica, suggerita dalla scienza diplomatica che parla di “litterae pendentes”, di “mandatum pendens” o di “bulla”, per indicare i documenti provvisti di sigilli, esemplifica in sintesi una certa confusione di competenze.[3]
In effetti, non è infrequente costatare come, soprattutto nei decenni passati, il restauro dei sigilli fosse spesso demandato a persone che si occupavano di carte o pergamene. La varietà del materiale che compone un sigillo richiede una competenza multidisciplinare poiché il restauratore deve confrontarsi con metallo (bolle), legno (teche di legno), fibre tessili (cordoni) ed in particolare con la cera. Quest’ultima, impiegata in varie composizioni, è assai differente dai supporti scrittori e richiede, nel restauro, competenze specifiche e grande esperienza.[4]
Inoltre l’approccio ai problemi di degrado che i sigilli cerei presentano non si accorda con il principio metodologico, univocamente codificato, per il restauro delle carte. L’esperienza decennale maturata al laboratorio di restauro dell’Archivio Segreto Vaticano mi ha insegnato che ogni caso, fatte salve alcune regole fondamentali, è diverso dall’altro tanto negli intenti programmatici quanto nelle fasi realizzative. Purtroppo la cera è un materiale fragile che spesso ha mutato le sue caratteristiche originarie nel corso dei secoli e che, per sua natura, è sensibile alle variazioni di calore.[5] Questo aspetto è di fondamentale importanza poiché nella realizzazione di un intervento di restauro, operando “a caldo” (cioè rendendo liquida la cera di apporto con uno strumento apposito, il termocauterio) si aumentano i rischi di compromettere l’integrità degli originali. Probabilmente è proprio questo problema che ha creato serie difficoltà a quanti si sono cimentati nei primi sfortunati tentativi di restauro, non avendo cognizioni specifiche sui materiali e sulle tecniche più appropriate. Fortunatamente nel confronto con il panorama europeo recente, gli anni di studio spesi dal laboratorio di restauro dei sigilli dell’Archivio Segreto Vaticano hanno aperto nuove prospettive per il restauro e la conservazione.[6]
Abbiamo quindi già delineato il contorno proprio dell’aspetto fondamentale che, a mio avviso, dovrebbe indirizzare la pianificazione del lavoro, ossia il rispetto assoluto dell’originale, il cosiddetto restauro conservativo, nonché il problema conseguente della reversibilità dei ripristini apportati, cioè la possibilità di rimuovere in qualsiasi momento il lavoro eseguito.[7] Vale la pena approfondire in maniera più precisa il primo aspetto, già chiaramente presente ai restauratori degli Archivi Nazionali di Francia i quali, quarant’anni orsono, avevano codificato alcune regole fondamentali nell’esecuzione degli interventi. In quest’ottica, direi che tra i problemi più importanti possiamo considerare il dilemma dell’integrazione delle parti perdute. Lo scopo di un restauro corretto, in effetti, è proprio quello di intervenire dove il pericolo di degrado è presente, in maniera efficace, ma solo dove serve; la puntualizzazione del concetto sembra banale ma in molti casi le massicce integrazioni di cera moderna in luogo delle parti perdute suggeriscono di considerare il problema con molta cautela. Per taluni un apporto rilevante di cera sarebbe giustificato in relazione ai problemi di stabilità, più frequenti nei punti di passaggio dei cordoni o delle tenie di appensione che spesso richiederebbero simili integrazioni. Queste ultime però, se realizzate, possono creare gravi problemi di compatibilità con le fibre tessili nelle quali la cera calda si deposita. In realtà, in molti casi, il ripristino della forma originaria non è assolutamente utile al consolidamento del sigillo. Una regola empirica potrebbe suggerire di evitare integrazioni la cui entità supera le dimensioni di ciò che rimane dell’originale.
Inoltre uno scorretto apporto di cera moderna, oltre a non essere necessario da un punto di vista tecnico, crea evidenti effetti negativi di impatto visivo. Le tendenze estreme auspicherebbero l’impiego di una cera da restauro addirittura di colore neutro ma, a mio avviso tale pratica, pur rispettando al massimo il sigillo, invece di migliorare l’effetto estetico lo compromette totalmente.[8] L’orientamento moderno ci impone di rispettare la storia dell’originale e l’integrazione dovrebbe ridursi ad un semplice consolidamento delle parti fragili.
In ossequio a tale modo di procedere è opportuno considerare il problema, spesso trascurato, della pulizia delle superfici.[9] La consuetudine di operare a fondo, cercando di cancellare totalmente ciò che i secoli hanno deposto sul sigillo, non sempre denota uno sviluppo corretto nella pratica dell’intervento. Alcune volte, infatti, le incrostazioni non sono eliminabili con detergenti neutri e l’impiego di solventi più aggressivi (in qualche caso usati) compromette l’integrità del particolare impresso:[10] la patina del tempo, oltretutto, nei casi in cui non sia causa di degrado biochimico successivo se non rimossa, è utile alla lettura dell’immagine e conserva quel particolare aspetto di antichità del sigillo che va sempre rispettato.
Allargando la prospettiva ritengo che l’etica professionale dovrebbe guidare lo specialista anche nella sua formazione storico-archivistica; se un sigillo giunge al restauro in condizioni precarie ma relativamente stabili, l’operatore ha il dovere di rispettare e valorizzare, invece di eliminare, le tracce di quegli eventi che hanno tramandato il “reperto archeologico” in quelle condizioni. Sovente, infatti, la storia del sigillo è fatta di lacune e perdita di informazioni.
Si apre a questo punto il dibattito su come interpretare la figura del restauratore di sigilli: semplice tecnico che applica cognizioni di base manuali, al servizio dell’archivista oppure anche depositario di nozioni generali storico-tecniche, operante a stretto contatto con coloro i quali studiano i sigilli?
Il problema è ampio ed investe una serie di implicazioni relative alla formazione dello specialista. Le risposte che l’Archivio Segreto Vaticano ha fornito in questo senso sono, a mio avviso, di avanguardia. Ponendo come assioma che il restauratore non deve in alcun modo sostituirsi all’archivista e che quest’ultimo non ha, normalmente, l’interesse e le capacità di valutare questioni di natura chimico-tecnica, è straordinariamente utile che le due figure vivano una sorta di simbiosi professionale. Più che in altri campi il tecnico ha l’obbligo di giovarsi delle conoscenze della disciplina sfragistica e, viceversa, è bene che il sigillografo sia informato sui problemi tecnici e sull’evoluzione delle soluzioni possibili. Questo cammino, assolutamente non facile da realizzare, è stato intrapreso dall’Archivio Segreto Vaticano che ha qualificato la figura del tecnico ed ampliato l’approccio dello studioso. Non si deve temere che in questo modo si confondono le competenze specifiche, nell’incertezza fluttuante delle mansioni rispettive, poiché il risultato ottenuto dalla sinergia dimostra il contrario. Quando lo specialista restaura ha il dovere di sapersi orientare nel panorama bibliografico di un’epoca, così come avendo nozioni di paleografia e diplomatica può meglio collocare, ad esempio, un determinato frammento; nello contempo un bravo studioso conoscendo i dettagli costruttivi di un sigillo o la composizione di una cera può, con più facilità, descrivere e datare un sigillo.
Percorrendo correttamente questa via, l’approccio deontologico degli specialisti rispetta appieno un oggetto, non sempre adeguatamente valorizzato, ma carico di suggestioni storiche, artistiche e diplomatiche.
Avendo chiarito, spero, il concetto principale dell’orientamento di chi opera, vorrei spendere qualche parola in più sulla questione della reversibilità degli interventi, poc’anzi accennata. Tante volte accade di dover rimuovere restauri precedenti, effettuati con criteri e tecniche superate, ma che hanno avuto il merito di far giungere sino a noi frammenti di sigilli altrimenti perduti. Pur lodando simili intenti, non è consentito al giorno d’oggi intervenire senza essere sicuri di poter rimuovere in qualsiasi momento ciò che si realizza. I tempi attuali, tecnologicamente frenetici, offrono a distanza di pochi anni materiali sempre più idonei e l’obbligo che abbiamo nei confronti di chi verrà dopo di noi è quello di tramandare ciò su cui si è operato senza alterarlo. A livello teorico si dichiara reversibilequalsiasi restauro moderno, ma spesso la pratica mostra che la rimozione degli interventi recenti ha portato via per sempre informazioni di vitale importanza per lo studioso (parti di lettere della leggenda al momento della saldatura dei frammenti, elementi araldici nell’integrazione delle lacune, ecc). Come accennato, il lavoro “a caldo” non consente il minimo margine di errore. In questo caso è solo l’esperienza, la perizia, la correttezza di chi interviene ad indicare la via ma è anche, e soprattutto, un’esaustiva documentazione fotografica dello stato del sigillo prima e dopo il restauroa garantire la perfetta riuscita di un lavoro.
Le questioni sin qui trattate aprono lo scenario all’applicazione corretta e fruttuosa di un programma di lavoro inteso a salvaguardare il patrimonio sfragistico posseduto dagli archivi. Se lo stato generale in gran parte dei fondi d’archivio impone risposte immediate, è chiaro che il compito di chi opera in una prospettiva moderna è quello di pianificare un condizionamento corretto dei sigilli su larga scala.
Si introduce il concetto del cosiddetto restauro passivo,ossia la ricerca dei metodi più utili alla custodia dei pezzi presenti nei fondi archivistici. Perseguire questo scopo vuol dire eliminare i supporti e le condizioni che hanno nociuto fino ad ora ai sigilli.
Restaurare implica che in età passata (ma anche recente) si sia fallito con la conservazione. L’obiettivo di oggi come di domani impone l’analisi e la valutazione non solo dello stato del patrimonio sfragistico, ma anche, in molti casi, del suo ricondizionamento.
L’eliminazione di materiali non più idonei alla conservazione sarebbe auspicabile (es. cartoni acidi, ma anche inadeguati sacchetti di materiali fibrosi recenti, ecc.) oltre alla regolarizzazione dei parametri termo-igrometrici dei depositi.[11] Dibattiti recenti hanno messo in luce due ordini di problemi che la pianificazione teorica sembra ignorare, ma che hanno acceso il confronto dialettico degli specialisti. In primo luogo ricondizionare, significa in molti casi spostare, riordinare, ricollocare. Purtroppo tali concetti non si coniugano con la solidità del vincolo archivistico cui il sigillo, in quanto unito al documento, non si sottrae. E ciò, come ben si intuisce, rappresenta un grave ostacolo per la realizzazione di una progetto di conservazione di grande mole. Inoltre i sigilli, presentandosi in gran parte di dimensioni e quantità variabili in ogni documento, rendono quasi impossibile una standardizzazione delle modalità operative che, se non attuate, comportano un esponenziale aggravio dei costi.
Il quadro, come si può ricavare, è abbastanza complesso tuttavia procedere per obiettivi intermedi potrebbe rappresentare già un buon inizio. Eliminare, per esempio, materiali universalmente riconosciuti come nocivi, può rappresentare un primo traguardo.
Un altro punto importante, in questa fase, è considerare, nella realizzazione dei supporti per la conservazione, la possibilità di fruizione immediata ed agevole da parte dell’utente dei pezzi presi in consultazione. Tralasciando le varie risposte pratiche al problema (scatole, meccanismi ecc.), riuscire a evitare manipolazioni da parte di chi studia e trasporta i sigilli dai depositi alla sala di studio vuol dire, in tanti casi, prolungare l’integrità dell’oggetto o del restauro eseguito.
La risposta alla questione della consultazione fa luce sull’ultimo, ma non meno rilevante, obiettivo che un laboratorio di restauro dei sigilli all’avanguardia dovrebbe perseguire: la riproduzione.
Gli Archivi Nazionali di Francia aprirono la via già alla fine dell’800 e nei primi decenni del secolo scorso, ma non tutti gli istituti applicano programmi di riproduzione dei sigilli su vasta scala. Le copie di gesso, resina od altri materiali hanno avuto il merito di tramandare impronte sigillari i cui rispettivi originali sono oggi scomparsi. La riproduzione sistematica delle collezioni, attuata in modo professionale e non dannosa per gli originali, può essere una valida alternativa alla consultazione continua e non regolamentata. Il problema sembra di minore importanza, ma spesso non si considera che ad un perfetto stato di conservazione del documento (e quindi ad una possibilità di libera fruizione) non corrisponde una altrettanto accettabile condizione del sigillo. La disponibilità di copie fedeli all’originale, di buona fattura, risolve molti problemi.
In questo senso i programmi dell’Archivio Segreto Vaticano hanno avuto un’impostazione rigorosa, avendo messo a punto una tecnica che ottiene copie assolutamente identiche al sigillo di partenza. Tale procedimento galvanico, consentendo una resa del particolare pressoché perfetta rispetto all’originale (con oscillazioni valutate nell’ordine del micron), è stato applicato per realizzare la riproduzione in triplice copia della famosa collezione dei sigilli d’oro dell’Archivio Segreto Vaticano.[12] Questa tecnica, accostata alle metodologie consuete, applicabile ai sigilli di cera con costo ed impiego di tempo relativamente contenuti, se attuata su larga scala, tutela in modo eccellente le aspettative degli studiosi e le esigenze dei conservatori del patrimonio sigillografico.
In conclusione posso dire che in molti casi gli orientamenti attuali indicano presupposti sempre più consapevoli e mirati da parte di chi opera nel campo della tutela dei sigilli. Approcci multidisciplinari apriranno prospettive future di grande rilievo. In estrema sintesi si potrebbe così riassumere il senso di quanto detto: non più campagne di restauro dei sigilli sporadicamente concepite ed avulse da progetti di conservazione e tutela paralleli, programmati ad ampio raggio.

Se poi il progetto di restauro e conservazione desterà l’attenzione del mondo culturale promuovendo studi, esposizioni ed in generale suscitando un vero interesse per questi oggetti, presenti nella storia dell’uomo ancor prima dell’invenzione della scritttura, allora il passo compiuto sarà grande, come grandi e significativi sono stati i passi che ha fatt

 


[1] Archivio Segreto Vaticano, Fondo Certosini, 11.
[2] Per un panorama bibliografico generale sul restauro dei sigilli (fino al 1992), cfr. F. M. Pidal de NavascuÉs, Il messaggio dei sigilli, Città del Vaticano 2002, p. 48.
[3] Cfr. A. Martini, in Il sigillo nella storia della civiltà attraverso i documenti dell’Archivio Segreto Vaticano. Mostra documentaria, 19 febbraio-18 marzo 1985, [s. l.] [1985], p. 20.
[4] La cera da un punto di vista chimico è un materiale relativamente stabile, tuttavia avverse condizioni climatiche possono causare un suo deterioramento. Per la composizione chimica della cera dei sigilli, cfr. C. Woods, The nature and treatment of wax and shellac seals, in “Journal for the Society of Archivists”, XV, 2, 1994, pp. 203-214. Per il deterioramento della cera dei sigilli di cera vergine, ottimo lo studio recente di R. Cozzi, I sigilli medioevali: composizione e fenomeni di degrado dei “sigilli bianchi”, Berna 2001, pp. 34-45.
[5] Cfr. lo studio sulla cristallizazione delle superfici cerose di p. NovotnÁ, J. DernovškovÁ, Surface crystallisation on beeswax seals, in “ Restaurator”, 2002, pp. 256-269.
[6] Cfr. A. Martini, op. cit., pp. 27-31; pp. 123-133; A. Martini, I sigilli dell’Archivio Segreto Vaticano, in Il sigillo nella storia e nella cultura a cura di S. Ricci, Roma 1985, pp. 203-217.
[7] L’uso del policarbonato trasparente, nell’integrazione delle lacune, garantisce la reversibilità totale dell’intervento di restauro. Per la metodologia e l’impiego di questo materiale, cfr. B. Becchetti, Réintégration des sceaux en cire en policarbonate transparent, in “Table ronde sur la préservation et la restauration des sceaux, Madrid, 5-9 juillet 1995”, Conseil International des Archives. Comité de sigillographie, Madrid 2000, p. 29.
[8] La composizione della cera da restauro prevede l’impiego di varie sostanze oltre alla cera d’api. I diversi laboratori hanno codificato miscele funzionali alle loro esigenze comprendenti resine, carnauba, ma anche paraffina o propoli. I composti più adatti a mio avviso, testati e sperimentati, sono quelli che si avvicinano maggiormente alle cere originali. Sulle ricette antiche di preparazione delle cere per realizzare sigilli, cfr. R. Cozzi, op. cit., pp. 17-20. In particolare sull’uso della propoli nel restauro, sostanza antibatterica prodotta dalle api e perfettamente compatibile con la cera, cfr. J. DernovškovÁ, The use of propolis in seals conservation, in “Scottish Society for Conservation and Restauration Journal”, VIII, n. 2, 1997, pp. 12-15.
[9] Cfr. B. Becchetti, Nota del restauratore, in Il sigillo nella storia e nella cultura a cura di S. Ricci, Roma 1985, p. XVII.
[10] La presenza di incrostazioni sulla superficie della cera, combinata con l’azione dell’umidità, può favorire l’insediamento e la proliferazione di funghi e muffe. Cfr. A. Clydesdale, Beeswax: a survey of the literature on its properties and behaviour in “Scottish Society for Conservation and Restauration Journal”, V, n. 2, 1997, pp. 9-12; G. Fletwood, Sur la conservation des sceax de cire du moyen age deposés aux Archives du Royaume de Suede, Stockholm 1947, p. 63. I sigilli di cera vergine sono meno resistenti ai microrganismi di quelli colorati. I pigmenti in molti casi fungono da antibatterico. Cfr. H. Kühn, Erhaltung und Pflege von Kunstwerken und Antiquitäten, München 1994, pp. 280-282.
[11] Nello stabilire parametri di temperatura ottimali bisogna tener presente che nella maggioranza dei casi i sigilli sono vincolati ai documenti di appartenenza, quindi tali valori devono essere adeguati anche ai supporti scrittori. Per i sigilli di cera le condizioni ideali si aggirano attorno ai valori di 15° C di temperatura, 50% di umidità relativa e valore di luce inferiore ai 50 Lux.
[12] Per il procedimento di riproduzione in elettroformatura, cfr. B. Becchetti, Electromoulage pour la reproduction des sceaux, in Table ronde sur la préservation et la restauration des sceaux, Madrid, 5-9 juillet 1995”, Conseil International des Archives. Comité de sigillographie, Madrid 2000, p. 29

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