Il Sigillo microcosmo di cultura

Da L'OsservatoreRomano del 19 Maggio 1981

ARCHIVIO SEGRETO VATICANO:   CENTO ANNl DALL'APERTURA

 
STEFANIA RICCI     IL SIGILLO MICROCOSMO DI CULTURA
«Mettimi come  sigillo sul tuo cuore, come sigillo sopra il tuo braccio, perché forte è l'amore come la morte>. La preghiera della Sposa allo  sposo nel “Cantico dei Cantici”,(8, 6) è poetica, preziosa testimonianza del significato emblematico che da millenni viene attribuito al sigillo. Al valore giuridico di prova, di corroborazione di un atto al quale esso venga apposto, si giunge, come del resto accade sempre nel campo del diritto, partendo da un valore umano e simbolico, per cui il sigillo diviene tutt'uno col suo possessore, lo rappresenta come individualità unica ed irripetibile e quindi spesso scende con lui nel sepolcro o viene spezzato alla sua morte, perché nessun altro se ne possa servire.
Gli antichi ne fecero un amuleto, i sovrani assoluti un simbolo così alto del loro potere e di quello dello Stato da preporre alla sua custodia un ministro, detto appunto “Guardasigilli. Proprio perché, al di là del suo uso come mezzo di chiusura, garanzia di segretezza o segno di autenticazione di un documento. il sigillo è simbolo del ruolo che il suo proprietario ricopre nell'ambito di una società, sia, quindi, del suo prestigio, da sempre si è posta una cura particolate nella fattura della sua matrice, sovente affidata ad artisti della fama di Benvenuto Cellini, che hanno creato in questo campo oggetti d'arte di squisita bellezza, autentici capolavori di oreficeria.
Ma fermarsi ad una valutazione estetica del sigillo sarebbe mutilarlo ingiustamente del suo ruolo di testimonianza storica, che lo rende protagonista di una scienza, la sigillografia in grado di soccorrere molteplici discipline, quali la storia dell'arte, del diritto, del costume, l'archeologia, la diplomatica, l'araldica, la storia sociale, politica, economica ed altre ancora.  La ricerca storica contemporanea, sensibile tanto alla specializzazione, quanto ai legami intercorrenti tra le varie scienze, è doverosamente impegnata a riscattare la sigillografia da una. Posizione da Cenerentola, per restituirle come fonte storica quel prestigio di cui i sigilli hanno goduto nel passato sul piano giuridico sacrale.
Anche e gli organizzatori della Mostra Documentaria, allestita in occasione del I centenario dell'apertura dell' Archivio Segreto Vaticano agli studiosi, si sono dimostrati sensibili al problema dando largo risalto ai sigilli che, posti ad autenticare documenti celebri come il decreto d'unione della Chiesa Greca con quella Latina del 1439 (n. 32 dei documenti esposti), l'Editto di Worms  (n. 161), il decreto» di elezione di Celestino V (n. 177). la ratifica. della Pace di Tolentino (n. 195), finiscono in qualche caso per assurgere addirittura a protagonisti del documento, come accade per gli 85 sigilli di ceralacca rossa con i quali i Pari d'Inghilterra suggellarono la richiesta di annullamento del matrimonio del 1oro sovrano Emico VIII, inviata a Clemente VII (n. 163).
La Mostra offre al visitatore una vasta campionatura di sigilli di ogni tipo: da quelli pendenti a quelli aderenti, da quelli di cera e  ceralacca naturale o tinta in rosso, verde, nero a quelli plumbei, le cosiddette bolle (nn. 7, 8, 9, 10), ottenute comprimendo una sfera di piombo, la bulla appunto, tra le due valve incise di una matrice. Questo tipo di sigillo, caratteristico della Cancelleria Pontificia a partire almeno dal sec. VI, veniva appeso al documento mediante un filo di seta o di canapa, a seconda che il documento contenesse una concessione o un comando ed era elemento così caratteristico ed essenziale cha sua validità che dal sec. XIII in poi, nel linguaggio non ufficiale, venne in uso di chiamare bolle tutta una serie di documenti tipologicamente diversi, ma accomunati dal sigillo plumbeo. Troviamo testimoniato nella Mostra anche un altro tipo di sigillo, questa volta in cera rossa, tipico sempre dei documenti pontifici: l'Anello del Pescatore (n. 14). Nato come sigillo privato del Papa, da usare per lettere di carattere personale e segreto, divenne poi caratteristico dei brevi apostolici, come anche delle cedole e delle sentenze concistoriali  e deve il suo nome al fatto che riproduce l'immagine di San Pietro intento· alla pesca, con forma ovale e tipologia costante a partire dal pontificato di Nicolò V (1447~1455). Bisognerà attendere quattro secoli, e precisamente il luglio del 1842,  perché venga sostituito dal timbro rotondo, ad inchiostro rosso, ancor oggi in uso (n. 20).
Ma un discorso a parte nell'ambito della Mostra meritano le riproduzioni di oltre 20 esemplari di sigilli, facenti parte di quella raccolta di bolle auree dell'Archivio Segreto Vaticano che, con i suoi 78 esemplari  in 43 tipi diversi, vanta un primato assoluto nel mondo.
Già nel 1960 il Consiglio Internazionale degli Archivi, consapevole della necessità di salvaguardare il patrimonio culturale costituito dai sigilli conservati nei fondi archivistici, ha creato un apposito comitato col compito di regolamentarne i metodi di descrizione, di studiarne e renderne note le tecniche di conservazione, restauro e riproduzione.
La fragilità dei sigilli di cera e di ceralacca, il «cancro del piombo», malattia che attacca i sigilli plumbei con un processo di ossidazione inarrestabile, il deteriorarsi dei documenti ai quali i sigilli sono apposti per iI troppo frequente uso al quale essi vengono sottoposti dagli studiosi, hanno ispirato anche all'Archivio Segreto Vaticano una politica di riproduzione del suo patrimonio sfragistico che ultimamente si è potuto concretare grazie all’interessamento diretto di ( S. E. il Cardinale Antonio Samoré,  Bibliotecario e Archivista di S. R. C. e al genio e alla bravura tecnica del professore Bruno Becchetti.  Sono occorsi a quest'ultimo sette mesi di studi e di prove per riuscire a risalire alle tecniche a suo tempo impiegate per la fattura di ogni sigillo, alle miscele e alle colorazioni originali. Grandi le difficoltà da superare, prima fra tutte quella della riproduzione del sigillo senza il distacco dal documento al quale  è apposto: il successo di una duplicazione perfetta sarebbe stato infatti vanificato se, per ottenerla, si fosse messa a repentaglio l'integrità storica, giuridica e diplomatica del documento stesso. Con grande abilità il prof. Becchetti ha invece ottenuto esemplari assolutamente identici all'originale, senza manometterlo in alcun modo (solo per le bolle auree di Filippo II, III e IV si può parlare di una differenza dell’uno per mille (!), dovuta ad un leggerissimo ritiro del materiale impiegato rispetto al1'originale). Il risultato è ancor più sorprendente ove si consideri che ogni sigillo rappresenta un «unicum», sia. dal punto di vista della sua fattura, che da quello della sua conservazione, ciòche ha costretto a far ricorso a tecniche differenti caso per caso. Le bolle auree, data la preziosità del materiale, molto raramente, si ottenevano col procedimento di quelle plumbee, che avrebbero comportato dei sigilli pieni, massicci: si preferiva invece, di solito, ricorrere alla impressione, mediante matrice o mediante bulino, di due distinte lamine o valve d'oro, che in un secondo tempo venivano saldate (ch. sigillo di Bela IV, re d'Ungheria) o più frequentemente, unite insieme ripiegandone i bordi (cfr. sigillo di Ottone IV, Re), mentre il vuoto veniva alle volte riempito di cera. Curiosa a questo riguardo è la più antica bolla d'oro della raccolta vaticana, quella di Federico I (1164): essa presenta infatti quattro perni d'oro che secondo alcuni esperti sarebbero stati aggiunti in un secondo tempo, ma che con maggior verosimiglianza agirono da, distanziatori tra le due lamine del sigil1o, per limitarne un successivo schiacciamento. Per riprodurre queste bol1e il prof. Becchetti ha usato per ovvii motivi economici non l'oro, ma il rame, prima argentato e poi dorato mediante bagni galvanici, e tre -diverse tecniche, esemplificate nella Mostra: quella del1a cera “persa”, quella della fusione in bronzo con impiego di terra pressata  e quella del rame gaIvanizzato. Fra gli esemplari riprodotti vi sono le celebri bolle di Filippo II, IlI e IV, sontuosi simboli, nella complessità dell'iconografia e nel raffinato perfezionismo dell'esecuzione, della maestà e potenza dei Re di Spagna, accanto ai quali spiccano per contrasto la vigorosa sinteticità di disegno delle. bolle auree dei sovrani medieva1i (cfr. sigilli di Rodolfo l, Re; Ottone IV, Re; Giovanna I d'Angiò; Alfonso I d'Aragona, ecc). Dal sec. xv si cominciò a porre i sigilli cerei in speciali teche o salimbacche, di vario materiale: anch'esse sono testimoniate nella Mostra grazie a due esemplari in oro, riprodotti coi relativi sigilli di ceralacca e le matrici in cera servite a realizzarli(cfr. sigilli di Carlo IV e di Ferdinando IV, Re di Spagna)
Ma se tutti questi stupendi esemplari suscitano ammirazione anche nel visitatore più distratto, lo specialista troverà particolarmente interessante la riproduzione dei sigilli plumbei. L'antimonio, materiale di cui ci si è serviti per questa operazione, si presenta molto simile al piombo anche nel peso specifico, ma non corre il. rischio di ossidarsi e permetterà dunque di salvaguardare anche questi sigilli che, meno appariscenti dei loro «cugini ricchi», le bolle auree, non sono però meno preziosi per lo studioso.  Con le tecniche messe a punto dal prof. Becchetti l'Archivio Segreto Vaticano spera  ora di riuscire' a riprodurre intere serie di sigilli, prima fra tutte quella dei Papi, che possiede quasi completa a partire dal sec. XI. Per queste riproduzioni, dato il grande interesse che i sigilli offrono, si potrebbe auspicare per il futuro un uso non più solo interno all'Archivio Vaticano, ma ,una produzione aperta al pubblico, sia per usi didattici e di studio, che di collezionismo: non sfugge a nessuno l’utilità, per  le Scuole di Diplomatica, per gli Archivi e altre istituzioni simili, in Italia e all’estero, di avere a disposizione in loco questo materiale. Ma qui entriamo, almeno per ora, nel campo delle ipotesi: accontentiamoci intanto dell'affascinante realtà costituita da questi pochi, magnifici «falsi».
 

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