Sigilli di piombo

Diverse aree geografiche, così come alcune famose cancellerie, si avvalsero della prassi sigillatoria dell' impiego del piombo. L’uso di questo materiale, mutuato dall’area orientale dell’impero romano, fu peculiare tanto della cancelleria pontificia quanto dei territori di pertinenza bizantina, quali le zone dell’Esarcato, la Sardegna e tutta l’Italia meridionale. Una diffusione, dunque, vastissima - di origine orientale - contrapposta a quella occidentale che prediligeva l’impiego della cera.

Alcuni autori attribuiscono a cause diverse queste tendenze; la difficoltà di approvvigionamento del piombo, per esempio, nell’Europa occidentale a differenza delle zone ad est alimentate dalle ricche miniere dei Balcani e della Sardegna; altre teorie, non sempre supportate da prove storiche e scientifiche, sottolineano che l’impiego della cera ponesse il rischio che tale materiale, in aree geografiche situate a sud, potesse rivelarsi ben poco durevole a causa del calore, inducendo le cancellerie ad usare il piombo, materiale più resistente.
Con l’aggiunta di antimonio, allo scopo di migliorare le sue proprietà meccaniche, e di arsenico, per consentirne una miglior fusione, questo materiale, infatti, ben si prestava - data la sua attitudine alla deformazione plastica - a ricevere l’impressione della matrice sigillare, fabbricata in metallo più duro. Anche l’aggiunta  dello stagno al piombo ne  aumentava notevolmente la  solidità, abbassandone il punto di fusione.
 
 

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